APO KAYAN, nel cuore del Kalimantan – Le tribù, riti e costumi – 2P

Dal popolo Kenyah l’area della sorgente del Sungai Iwan, affluente del Kayan e via di transito tra Malesia e Indonesia, è ritenuta la loro primaria terra d’origine. Degli oltre 30.000 rappresentanti sparsi nei distretti del Kalimantan Utara e Kalimantan Timur, soltanto circa 6.000 abitano oggi le valli isolate dell’Apo-Kayan, mentre altri circa 9.000 risiedono lungo i fiumi Rejang, Belaga, Balui e sopratutto Baram nel Sarawak. L’etnia Kenyah, divisa in una quarantina di sotto-gruppi, avendo subito solo in parte l’influenza della civiltà dei consumi, conserva ancora intatti molti aspetti dell’antica tradizione.

La quasi totalità dimora nelle classiche lamin, lunghe case comunitarie su palafitte in riva ai fiumi, dove convivono mediamente 100-200 persone dividendo gli spazi in armonia e con grande spirito di solidarietà. Si cibano prevalentemente del padi (riso) delle loro coltivazioni e nei loro orti crescono insalate, fagioli, piccoli pomodori e peperoncini piccantissimi; nella dieta di queste genti trovano comunque posto tutti i prodotti della foresta. I maiali ed i polli, allevati sotto alla lamin, rappresentano il nutrimento riservato alle occasioni speciali, mentre la carne delle prede di caccia viene consumata in breve tempo. I Kenyah sono autosufficienti e possono supplire alla secolare mancanza di sale grazie alle maggiori comunicazioni con le città costiere, conservando il baratto come strumento di scambio.

Alti, con profondi occhi neri e totalmente glabri, gli uomini e le donne di questa tribù dall’aspetto elegante e fiero, rivelano inoltre un lato orgogliosamente indomito. Un tempo, entrambi i sessi praticavano sistematicamente la perforazione dei lobi e l’arte del tatuaggio, simboli rivelatrici di un carattere forte e coraggioso, ma anche emblema di un determinato stato sociale. L’esecuzione di tale arte era una prerogativa delle donne Kenyah e Kayan, che usavano ricoprire con disegni braccia e gambe. Attualmente i lobi allungati ed i tatuaggi sono circoscritti alle aree Ulu (sorgente); il profano potrebbe confondere queste due etnie, per molti aspetti simili, ma i tatuaggi ne indicano precisamente il gruppo d’appartenenza: i Kayan amano i tratti geometrici lineari e fitti, senza spazi, mentre i Kenyah prediligono le forme arrotondate e diradate.

In entrambe comunità la classe degli aristocratici, chiamata Paran, dominava sul popolo (Panyn) e sugli schiavi (Panyn Lamin), ma allo stato odierno, sebbene esista ancora una sorta di timore reverenziale nei riguardi di chi appartiene ai ceti più elevati, esistono diritti più equi e frequenti matrimoni misti. L’autorità governativa oggi viene esercitata innanzitutto dal Camat, autorità che si occupa dell’amministrazione, dei censimenti e dell’applicazione della legge, supportato da una decina di dipendenti civili, di solito Kenyah. Dopo di lui, in ordine d’importanza, si colloca il capo-villaggio, chiamato Paran Bio o Kepala Adat, la cui figura esisteva ancora prima della dominazione olandese e che tuttora viene riconosciuto anche dal governo indonesiano attraverso un salario simbolico. Il Paran Bio, in particolare, ha il compito di risolvere le dispute locali e stabilire l’entità dei risarcimenti in caso di danni. Segue il Paran Lepo, capo della propria longhouse, la cui funzione è del tutto simile a quella di un capo-condominio. Le famiglie dell’Apo-Kayan sono numerose, le donne concepiscono mediamente 7-8 figli, l’infedeltà è rara, la contraccezione sconosciuta, così come l’aborto, la prostituzione, l’omosessualità o la violenza carnale. L’assistenza medica è ridotta al minimo; in ogni kecamatan (sottodistretto) un dipendente statale (mantri obat) gestisce il dispensario che serve come pronto soccorso per le cure basilari o d’emergenza, anche se la maggioranza delle popolazione preferisce ancora rivolgersi allo sciamano e curarsi da sè con le erbe. Questa situazione di abbandono lascia spazio ad avidi commercianti che acquistano all’ingrosso medicinali nei mercati costieri, come o rimedi universali cinesi, gli antibiotici, la penicillina ed altro, per rivenderli o scambiarli a caro prezzo nell’Apo Kayan.

La scolarizzazione è a livelli bassissimi, mancano quasi completamente strutture ed insegnanti e sovente i bambini sono costretti a percorrere lunghe distanze a piedi per raggiungere la scuola. Terminate le elementari, per proseguire gli studi occorre recarsi a Tanjung Selor, capoluogo di distretto. Molti genitori rinunciano ad iscrivere i loro figli perchè impossibilitati economicamente o riluttanti a mandarli così lontano da casa. Di conseguenza, è abbastanza diffusa tra i commercianti cinesi del capoluogo la consuetudine ad ospitare nelle loro case i giovani studenti delle “terre alte” in cambio di servizi domestici. Le femmine Kenyah, necessarie alla cura e gestione delle proprie famiglie, solitamente non continuano gli studi.

Grandi mimi, danzatori e festaioli instancabili, i Kenyah hanno una particolare attitudine alla narrazione; le loro leggi, la storia ed il folklore vengono conservati nei racconti orali che si tramandano di generazione in generazione. Dotati di grande memoria e chiarezza, essi parlano senza fretta e senza sbagliare: un buon narratore si dice possa continuare ad intrattenere per tre giorni senza interruzione! Uno dei racconti più amati da grandi e bambini è la leggenda dell’origine dell’oro, nella quale si narra che, dopo il diluvio universale, le ossa decomposte di animali e uomini malvagi, periti nelle acque, si siano trasformate in scaglie e poi in oro, lo stesso che ancora oggi viene raccolto setacciando i fiumi del Kalimantan.

Nelle terre dell’Apo Kayan, la danza è ancora la più comune espressione di socialità e di intrattenimento, oltre che un piacevolissimo divertimento. Durante il Ngayat, ballo tradizionale, gli uomini si abbandonano al suono di cetre, flauti e canti. Agitando mani e braccia, si muovono mimando combattimenti contro nemici immaginari, supportati da laceranti grida di guerra. Le donne ondeggiano elegantemente i fianchi sinuosi in piccoli, elementari passi di danza.

I , stupendi zainetti per portare i bimbi e proteggerli dagli spiriti, ricoperti da attraenti disegni in perline, i parang (spade tradizionali), i cesti intrecciati, le stuoie, i dipinti e le sculture rappresentano solo un esempio delle notevoli capacità creative ed artistiche di questo popolo. I Kenyah professano un Cristianesimo adattato ai loro profondi legami con la cultura animista. È un mondo con infiniti riferimenti al soprannaturale, alla magia ed ai presagi. Come tutti i popoli dell’interno, si servono di incantesimi, oggetti e amuleti vari con virtù scaramantiche contro mali e pericoli (ossa, insetti, pietre-uncino, etc.), i quali vengono portati al collo o al polso, a testimoniare un immutato legame con la tradizione. L’offerta del sangue animale, prima di iniziare un’opera è ancora molto diffusa: nella costruzione di una longhouse, è cosa nota, il sangue di maiale o di gallo viene versato nel buco in cui verrà infisso il primo palo per ingraziarsi lo spirito della terra. Anche la Pertamina e l’Union Oil, note imprese petrolifere, o le grandi compagnie edili sono consapevoli che niente verrà iniziato senza celebrare i dovuti riti del passato e sovente si avvalgono della collaborazione di uno sciamano.

I matrimoni, spesso celebrati secondo il classico rito cristiano, sono forse l’unica opportunità, per un Kenyah di queste parti, per indossare la camicia e la cravatta, mentre la sposa e le damigelle d’onore vestono gli abiti tradizionali ricchi d’accessori e colori. A rito concluso, oggi come un tempo, gli sposi novelli sono destinati a passare una o più settimane in compagnia d’amici e parenti prima della fatidica e agognata notte di nozze. I funerali presso i Kenyah rappresentano un’occasione per incontrarsi, esprimere solidarietà e salutare con litanie e preghiere il defunto. Alla cerimonia accorrono numerosi anche dai villaggi vicini portando i doni consueti: polli, maiali, riso, sale e tabacco. Per due giorni e due notti si rende omaggio allo scomparso, spesso collocato in veranda su una brandina di corda intrecciata. La bara, intagliata e adorna di becchi di bucero, figure umane ed altri motivi classici della tribu’, evidenzia i colori dell’Apo Kayan: bianco, rosso, giallo e nero. Una volta sigillato il coperchio con resina d’albero, la bara viene posta sulla sommità del Kelirieng (grosso tronco d’albero appositamente lavorato, alto una decina di metri) e ricoperta da una tettoia, prima di essere lentamente riassorbita dalla vegetazione. Un altro sistema di sepoltura tradizionale, anch’esso riservato ai membri importanti del villaggio, è quello di custodire i resti dentro ad un feretro a forma di piccola capanna rettangolare (Liang o Salong), sorretta da pali ad un metro dal suolo ed elaborata con piume di bucero e decori.

Punan

L’altra tribù che popola alcune aree dell’Apo Kayan è quella dei nomadi Punan, il cui nome significa “sorgente”. Considerati gli aborigeni del Borneo, vivono nell’ambiente umido e senza sole della foresta o in grotte, in gruppi di 30-40 persone, isolati dal mondo e quasi in perenne cammino. Cacciano con la cerbottana (Sumpit) a dardi velenosi, ma il loro cibo base è costituito dal sago, un cereale di palma ad alto potere nutritivo. Animisti, in profonda simbiosi con la terra e la propria tribù, i Punan invecchiano rapidamente, superando la soglia dei cinquant’anni solo in casi rari. Oggigiorno, anche per problemi legati all’incessante disboscamento della foresta da parte dei governi indonesiano e malese, parte di questo popolo ha mutato il proprio stile di vita ed una minoranza vive in rozze longhouse nei villaggi dell’Apo Kayan, principalmente lungo i fiumi Iwan, Suhen, Kihan, Pasok a nord ed alla sorgente del Kayan Yut a sud.

Il Peselai

Da generazioni gli uomini dell’Apo Kayan raggiungono la costa e fanno poi ritorno al villaggio secondo il rito chiamato ‘Peselai’ e dagli Iban ‘Bejelai’, che per tutti indistintamente ha il significato di “Grande Viaggio”. Lo scopo del Peselai, oltre a quello di migliorare la posizione economica e sociale dei partecipanti, è di rinforzare la personalità ed aumentare naturalmente il proprio prestigio in seno alla comunità. Si tratta di un viaggio di crescita spirituale e lo conferma un’espressione ricorrente di queste genti: “percorri il fiume 4 volte e sei vecchio”. Prima di partire attendono i buoni auspici e ascoltano i segnali della foresta, poi, fatte le dovute offerte agli spiriti protettori, raggiungono le città costiere del Kalimantan o del Sarawak con un cammino attraverso la giungla che può durare anche tre mesi.

Gli indigeni usano i trasporti aerei molto raramente perché non sono in grado di sostenerne la spesa ed anche perché non esistono collegamenti con la meta preferita: il Sarawak. Una volta giunti a destinazione, trovano lavoro per alcuni anni presso le compagnie del legname o come minatori e fanno poi ritorno a casa carichi di merci, come attrezzi, pentole, kerosene, macchine da cucire, seghe a catena, etc., trasportate con grande fatica, eroicamente, via terra fino al villaggio. In molti casi le condizioni di estremo sfruttamento, il misero salario, le notti passate sul pavimento delle baracche in lamiera e la nostalgia di casa incupiscono questi lavoratori nomadi ed i loro piccoli guadagni sovente svaniscono nel gioco, nell’alcool e nell’intrattenimento con prostitute.

Baratto e metodo di misurazione

Dato che sui fiumi persiste il baratto, la popolazione dell’interno ha elaborato un ‘moderno’ sistema di valutazione in grammi, che serve come punto di riferimento per gli scambi merci. Oggi l’unità di misura più frequente è il mok, rappresentato da un barattolo vuoto di latte condensato del peso di due etti e mezzo. Tutti i pesi delle varie merci vengono calcolati multipli di un mok. Ad esempio, 21 mok di riso equivalgono alla razione necessaria per nutrire un uomo tutta una settimana (1 mok = 1 pasto); 60 mok sono un kaling besar (scatola grande), che equivale a 15 kg., divisibile in 4 gantog di 3,75 kg. l’uno. Questo criterio fisso è stato adottato anche per i salari. Infatti, una manciata di perline da decorazione viene calcolata come compenso per un giorno di lavoro, mentre una stecca di tabacco vale 4 pasti ed entrambi corrispondono a determinati servizi lavorativi giudicati comunemente del medesimo valore. L’interscambio col baratto, praticato anche nell’Apo Kayan, ha radici antichissime ed è la conseguenza dei numerosi traffici che avvenivano in un passato remoto tra le tribù delle aree centrali ed i commercianti della costa, soprattutto cinesi.

Economia regionale

I prodotti importati, in particolare quelli ad uso domestico, risultano dispendiosi in quanto giungono dalla costa a prezzi spesso quadruplicati. Le modeste esportazioni di gaharu (radice purgativa della pianta di aloe), di rattan e di resina, estratta da conifere, con la quale si fabbricano vernici, sono lontane dal modificare il genere di vita minimalista della regione. Nelle valli, grazie al terreno fertile, oltre alle piantagioni di grano, canna da zucchero, manioca, tabacco, caffè e pepe, cresce una grande varietà di ortaggi e frutti esotici, ma l’economia principale dei Kenyah è basata sul padi, che condiziona profondamente la vita della comunità. La caccia al cinghiale e al cervo, come la pesca, è molto praticata nel tempo libero. Varrebbe la pena spiegare perché il padi (cos’è innanzitutto?) condiziona la vita della popolazione.

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