APO KAYAN, nel cuore del Kalimantan – Natura e storia – 1P

Il mio interesse per il Borneo è nato qualche decennio fa quando ho affrontato per la prima volta un viaggio in questo territorio in cui il lussureggiante habitat naturale fa da sfondo alla vita di un popolo, formato da diverse tribù con una storia straordinaria sotto il profilo etnico/antropologico e geopolitico. Un incontro fatale che mi ha spinto negli anni successivi a ritornare più volte in queste terre remote per fare ricerca sugli usi e i costumi di una cultura variegata, ricca di suggestioni e di storia in gran parte ancora incontaminata. Il desiderio, oggi, di dare un contributo alla comprensione di questi luoghi nasce dalla consapevolezza che è in aumento l’interesse degli amanti delle mete ignote. Mi auguro che il racconto, suddiviso in cinque articoli in successione, sia interessante ed utile a tutti coloro che decidono di affrontare un viaggio certamente avventuroso e ricco di imprevisti.

Collocati nella parte più interna della Bulungan Regency, nella recente Provincia del Kalimantan Utara (Kalimantan del Nord dal 2012), nel Borneo indonesiano, gli altipiani dell’Apo Kayan, a 500-1000 metri s.l.m., comprendono le terre Ulu (sorgenti) bagnate dai fiumi Kayan, Boh e relativi affluenti. Situata nel centro dell’isola, la regione è delimitata ad ovest dalla catena del Pegunungan Iran, che segna il confine politico tra Indonesia e Malesia, mentre a sud, oltre il massiccio del monte Batu Brek (1.546 m.), si scende nel bacino del fiume Mahakam. Scarsamente abitata (0.3 ab per kmq.) l’area si suddivide in due sottodistretti, detti Kecamatan: la parte settentrionale appartiene al Kecamatan Kayan Hilir costituita da 12 villaggi, la metà dei quali abbandonati e quella meridionale al Kecamatan Kayan Hulu, formata da 17 villaggi, dove vivono oltre tre terzi della popolazione. Nell’Apo Kayan si parla prevalentemente la lingua dei Kenyah, tribù che rappresenta attualmente il gruppo etnico predominante (delle 25.000 unità di un tempo non ne rimangono che 5.500), mentre una minoranza Punan, tradizionalmente nomade, ha modificato in parte lo stile di vita insediandosi stabilmente in alcune aree del territorio. I gloriosi Kayan, che un tempo controllavano l’intera regione, occupano ora le terre a valle, in cui scorre il corso inferiore del fiume omonimo; dei loro antichi insediamenti nell’area non sopravvive che il villaggio di Data Dian, abitato da circa 200 Uma Lekan Kayan.

A causa della sua posizione geofisica, l’Apo Kayan risulta tuttora piuttosto isolato dal resto dell’isola, quasi una regione autonoma. Nonostante ciò, le genti di queste terre sono grandi viaggiatrici ed è difficile incontrare un uomo adulto che non sia stato almeno una volta nelle città sulla costa del Sarawak o del Kalimantan, evitando cosi anche l’isolamento culturale. La religione cattolica (15%) è predominante nei villaggi di Long Lebusan e Long Sungai Barang; è inoltre presente a Long Metulang, Long Ampung, Lidung Payau e Mahak Baru; mentre la protestante (85%) è arroccata saldamente un po’ ovunque nella regione. I Kigmi, aderenti al ramo locale dei protestanti radicali nato dalla Chiesa Battista verso il 1930, considerano l’Apo Kayan una zona di loro appartenenza e non amano le interferenze dei Padri cattolici che saltuariamente vi operano.

Storia e Storie

Gli antenati dei Kenyah, che oggi occupano questo territorio, due secoli orsono vivevano nel Sarawak, lungo le sponde del fiume Belaga. Tuttavia, i frequenti attacchi degli Iban, temibili cacciatori di teste, li costrinsero gradualmente a migrare verso l’interno dell’isola fino ad insediarsi nelle terre alte, denominate in seguito Apo Kayan (Apo, cioè altopiano dei Kayan), accanto alla tribù dei Kayan, che già le occupavano da oltre un millennio. La fitta vegetazione della foresta pluviale e le difficili comunicazioni contribuirono a mantenere il loro isolamento per lungo tempo. Ancora oggi tra le diverse tribù non scorre buon sangue: l’ultimo caso ufficiale di Iban che tagliano teste Kenyah risale al 1963. L’Apo Kayan, annesso sulla carta dal sultanato di Bulungan (1503-1960), in pratica non fu mai occupato, a causa delle invalicabili rapide che tuttora lo isolano.

I primi occidentali a stabilirsi nella regione furono, nel 1901, alcuni esploratori olandesi, capitanati dal dott. A.W.Nieuwenhuis. L’esploratore e scienziato della Dutch East Indies Army portò la pace nel territorio mettendo fine alle eterne lotte tribali, realizzò semplici vie di collegamento tra i villaggi ed escogitò un ingegnoso sistema di sentieri con punti di ristoro e “portatori” all’altezza di ogni grossa rapida per far giungere regolarmente le provvigioni a Long Nawang, il piccolo centro scelto dal drappello come base permanente. I colonizzatori olandesi, contrastando in parte la politica dei Brooke, rajah bianchi del Sarawak e grandi ammiratori dei culti e delle antiche tradizioni Dayak, appoggiarono invece il cristianesimo, aprirono una scuola e tentarono un’opera di moralizzazione e risanamento dei costumi per scardinare l’inquietante usanza della decapitazione. I guerrieri, accolti come eroi nei propri villaggi, vennero puniti con la prigione e i teschi-trofeo gettati a centinaia nei fiumi. Tuttavia, l’apprezzabile obiettivo non venne raggiunto in quanto gli olandesi non sapevano che quei vecchi crani rappresentavano solo oggetti di scarso valore dal potere magico ormai estinto. Secondo l’adat (legge cosmica dei Dayak), la loro distruzione aumentava invece il desiderio di nuove teste che contenessero giovani spiriti.

Ad interrompere la dominazione olandese e questo periodo, che risultò poi di armonica convivenza, fu l’arrivo delle truppe giapponesi durante la seconda guerra mondiale. La guarnigione olandese di Long Nawang, colta di sorpresa, non oppose resistenza ma vennero ugualmente passate per le armi 109 persone, tra le quali anche missionari, donne e bambini. Fu così cancellato per sempre da quest’area ogni insediamento occidentale di carattere militare. Negli anni successivi lo sviluppo dei commerci ed i maggiori contatti con la costa, facilitarono l’ingresso del cristianesimo nell’Apo Kayan e fu proprio un pastore protestante americano, George Fiske, che azzardò il primo atterraggio in queste terre impervie a bordo di un idrovolante. Animismo, culti pagani e religione cristiana arrivarono a coesistere nella massima tolleranza; alcuni villaggi si convertirono, altri no, vivendo pacificamente senza troppe difficoltà. Solo nel 1963-65, con l’arrivo dell’esercito indonesiano del Presidente Sukarno si videro significativi cambiamenti nella regione e molti aspetti della vita dei Kenyah ne vennero conseguentemente influenzati, a causa della guerra espansionistica dell’Indonesia con la confinante Malaysia (konfrontasi) e la tenace lotta al comunismo dilagante.

La pratica spiritistica fu duramente scoraggiata, i capi-villaggio deposti, i negozianti cinesi ed i missionari stranieri allontanati. Gli animisti che rifiutavano di scegliere una delle 5 religioni ufficiali venivano tacciati di comunismo. Al termine di questo infausto periodo buona parte della popolazione maturò la convinzione di abbandonare queste terre, giudicate ormai invivibili. La mancanza di servizi e di mezzi di comunicazioni, sommata ai problemi d’ordine politico, economico e sociale, portò al Grande Esodo del 1967-68, una migrazione che durò complessivamente un trentennio (1953-1983). Colonne formate da centinaia di persone attraversarono giungle e montagne per giorni e mesi insediandosi sugli argini dei fiumi (sungai) nel Sarawak (Sungai Balui e Sungai Baram) o lungo le sponde del Mahakam e dei suoi affluenti per fondare nuovi villaggi. Intere comunità di longhouse, gruppi fino a 800 Dayak, si misero in marcia guidate dai nobili della tribù per stabilirsi principalmente nei sottodistretti di Tabang (Sungai Belayan), Muara Wahau (Sungai Kedang Kepala e Sungai Wahau), Muara Ancalong (Sungai Kelinjau) e Long Bagun, più prossimi alla costa. Per gli abitanti rimasti nell’Apo-Kayan i cambiamenti iniziarono nel 1973, anno in cui le prime piste d’atterraggio di Data Dian e Long Nawang, misero fine al loro perenne isolamento. Oggi, molti sentieri che attraversano la giungla sono scomparsi, il viaggio via terra è stato soppiantato da un bimotore che in un’ora e mezzo di volo si congiunge alla costa, evitando così le fatiche di un lungo e insidioso percorso. Nonostante ciò, ancora in pochi possono permettersi la spesa dell’aereo ed i problemi fondamentali della regione sono rimasti insoluti. Mancano scuole, insegnanti, dottori e coltivazioni alternative e il governo appoggia la migrazione a causa delle enormi difficoltà legate all’amministrazione di un’area tanto vasta e impervia. Queste genti, che hanno dato e danno all’Indonesia arte, tradizioni, medicine naturali ed essenze rarissime, ricevono in cambio un incontrollato disboscamento di quella che è la loro casa; in particolare i nomadi Penan non godono di alcun diritto e sembrano avviati all’estinzione.

Nell’Apo Kayan non esistono hotel, ristoranti, strade, telefoni, elettricità o comodità moderne. La sistemazione notturna, per il viaggiatore che solitamente viene ospitato nelle longhouse, consiste in una stuoia adagiata sul pavimento della veranda o all’interno di un’abitazione, spesso quella del capo. I villaggi, formati da una o più longhouse, si trovano ad una media di 700 metri d’altitudine sui monti dell’Apo Kayan, per cui, nonostante la vicinanza dell’equatore, il freddo e l’umidità della notte rendono consigliabile l’uso di un leggero sacco a pelo. Solo negli insediamenti più popolati esistono uno o due toko (negozi cinesi) riforniti ovunque delle stesse basilari mercanzie: alcuni cibi in scatola, biscotti, tabacco, pile elettriche, articoli igienici e oggetti in plastica a prezzi maggiorati; di conseguenza, è utile avere nello zaino il proprio fabbisogno, inclusi antibiotici, antisettici, repellenti per gli insetti, pillole per purificare l’acqua, il costume da bagno, etc. Non dimenticate qualche regalo per sdebitarvi con chi vi ospita, come ad esempio elastici, chiodi, piccoli utensili, latte condensato o delle semplici kretek rokok filter, tipiche sigarette indonesiane. Inoltre è meglio portare alcuni alimenti per l’ambientamento dei primi giorni e per le escursioni. I pasti nelle longhouse sono a base di riso, verdura e frutta di stagione, oltre a pesce, pollo e maiale, come tipi di carni più consumate. I nativi fanno bollire l’acqua da bere in tegami usati anche per cucinare e spesso il sapore dei cibi rimane. La borraccia riempita nel fiume e disinfettata con clorochina o altro, resta l’alternativa più semplice.

Nelle escursioni a piedi noterete che per lunghi tratti gli alberi ai lati dei sentieri maestri, quelli che collegano i principali villaggi, vengono tagliati per consentire al sole di mantenere il terreno asciutto; nei mesi piovosi da dicembre a febbraio le piste sprofondano nella fanghiglia diventando spesso impraticabili. La stagione secca, che va da luglio a settembre, è la migliore per i trekking ma, a causa dell’acqua bassa, la meno indicata per navigare nei fiumi. Per la folta vegetazione, le erbe taglienti, a volte velenose, e ostacoli vari è sempre consigliabile indossare pantaloni lunghi, che proteggono anche da insetti, mentre per le sanguisughe d’acqua l’unico rimedio già sperimentato con successo è un gambaletto da sciatore, che fascia fin sotto il ginocchio. Semplici scarpe da tennis o, ancora meglio, un paio di stivaletti leggeri (non in pelle) andranno benissimo in tutte le situazioni. Per proteggere la parte alta del corpo dall’attacco notturno di zanzare è consigliabile indossare il leggerissimo copricapo con retina usato dagli apicoltori.

A monte del fiume ci si lava e si fa il bucato, mentre a valle si eseguono i propri bisogni corporali, per i quali spesso manca la ‘privacy’. Infatti una marea di bambini divertiti spesso segue con curiosità i movimenti e i riti di ogni forestiero, specie se occidentale ed inesperto. Durante queste operazioni quotidiane un telo (sarong) è utile a coprire le parti intime di entrambi i sessi, in quanto il nudismo nell’Apo Kayan è assolutamente inopportuno. Dopo il pranzo, solitamente il villaggio si quieta ed è l’orario migliore per svolgere eventualmente le proprie necessità fisiche in completa libertà. Le fotografie scattate con una Polaroid fanno letteralmente impazzire di meraviglia gli indigeni, con uno scompiglio che meriterebbe una ripresa video. Da sconsigliare se non si è in grado di accontentare tutti con la restituzione delle loro immagini.

Foresta Tropicale

La foresta pluviale dell’Apo Kayan, una delle meraviglie della natura, alterna tratti impenetrabili ad ampi passaggi di sottobosco pantanoso, alberi giganteschi (teak, conifere, eucalipti, querce, polyalthee, ecc.), fitti cespugli fioriti, radure dove l’erba supera i due metri, spettacolari cascate ed impetuosi corsi d’acqua. Con un numero di piante che raggiunge le 2.500 specie, costituisce uno dei maggiori ecosistemi del pianeta ed uno dei più complessi e sconosciuti, dove milioni d’insetti, incluse le voraci termiti del Borneo e le formiche mimetiche di 4 cm., si nutrono del tappeto viscido di foglie decomposte e i funghi battericidi divorano metodicamente ogni organismo in trasformazione. In vaste aree l’aria è perennemente satura di profumo. L’odore maleodorante si mescola all’aroma dei legni pregiati (belian, pino con foglie, ecc.), alle orchidee, alle felci e a mille altre miscele naturali. Camminando nella giungla s’incontrano alberi carichi di nespole, banane, enormi pompelmi, ananas, durian, papaya, rambutan e mangostani.

Alcune varietà di questi frutti sono selvatiche e le guide sapranno indicarvi quelle commestibili. I frutti degli alberi più bassi maturano prima, ma fate attenzione ai cinghiali, perché si ritiene che migrino seguendo i cicli di maturazione dei frutti. Diversi tipi di foglie hanno un valore nutritivo considerevole, ma non mangiate mai quelle con la linfa bianca lattiginosa o colorata in quanto sono velenose. Nella foresta pluviale di montagna cresce la nepente, fantastica specie di pianta carnivora a forma di brocca con coperchio, che si ciba di insetti attraendoli col suo profumo dolciastro. Il suo interno è colmo d’acqua e succhi gastrici: una volta attirato, l’insetto scivola lungo le pareti ed in breve annega. Spesso un insetto-operaio aiuta la pianta a digerire il pasto trasformandolo in pectina, oppure la formica-tuffatrice si getta dall’alto per rubare la preda già immersa nel liquido. La nepente iowii assomiglia ad una bizzarra clessidra e la specie definita raja ha una coppa enorme che contiene fino a 4 litri di liquido. Numerose anche le specie di piante utilizzate dalla farmacologia naturale. Tra i rimedi usati dagli indigeni c’è il kulit elang, un rampicante che, ridotto in poltiglia e strofinato sulle caviglie, tiene lontane le sanguisughe d’acqua. La radice di boesenbergia o gerangau mereh, utile contro la sbornia, la nausea o il mal di testa, è venduta a prezzi molto elevati nel periodo delle feste del raccolto. Il sekali-olo e il muschio seccati bruciano senza fiamma per giorni e vengono poi trasformati in polvere per combattere le infezioni. La pianta obat ulur serve d’antidoto ai veleni; la vinca rosea è notoriamente raccolta e catalogata dai botanici come rimedio anti-cancerogeno, mentre l’akar sukilang stordisce i pesci e ne facilita la pesca.

La fauna della regione abbonda di cinghiali o maiali selvatici, piccoli cervi muntjak che abbaiano, gibboni, timide scimmie nasica o bekantan, serpenti, topi enormi, pesci, volatili e tartarughe. Durante gli spostamenti da un villaggio all’altro è normale incontrare lungo i sentieri e le rive dei fiumi diverse specie animali. Oltre al bucero, l’uccello considerato sacro nell’Apo Kayan ma difficile da avvistare, vi sono il bul-bul dalla corona gialla, il lorichetto malese ed il “Beethoven”, così definito perchè cantando intona le prime quattro note della quinta sinfonia. Un vero paradiso per gli amanti del birdwatching. Le sanguisughe d’albero e d’acqua, nonchè le zanzare, rappresentano invece una fastidiosa e costante minaccia lungo i sentieri. Come in un’enorme serra, nell’Apo Kayan l’umidità sovente raggiunge il massimo. La temperatura in generale è ben equilibrata tra il caldo del giorno e l’aria fresca della sera e, fortunatamente per chi viaggia, piove in prevalenza durante la notte, illuminata da lucciole e funghi fosforescenti.

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